Paper, scissors, rock... plastic

Scena accaduta realmente in un parco di Bellevue, ieri primo Settembre (per inciso oggi si celebra il Labour Day, una delle poche vacanze comandate).

Arriva la camionetta dei gelati accompagnata dalla solita musica orribile. Ci mettiamo in fila e mi accorgo di avere nel portafogli, da sempre arido di cash, solo un unico centone capitatomi praticamente per sbaglio e che la sua macchinetta per la plastica è rotta (secondo me una scusa per risparmiare i pochi centesimi a transazione che su micro-transazioni come quelle sono una vera piaga). La signora mi dice di non avere abbastanza resto e allora aspetto in fila. Nel frattempo racconta che gli è stata rifilata in precedenza una banconota da cento dollari falsa e che cento dollari sono il guadagno di una settimana di vendite. Accontentati un po’ di clienti si decide a cambiarci il pezzo però si segna su un diario il numero di serie della mia banconota, il numero della mia patente, il mio numero di telefono (chi debba proteggere me dal falso claim che la mia banconota sia falsa non lo si capisce).

Detto in poche parole: lasciando da parte il fatto che sia un caso quasi eccezionale (cento dollari sono tanti, ma non è neanche tanto raro) oggi, primo Settembre 2013, qui a Bellevue una transazione in contanti richiede ormai più protocollo di una transazione di plastica.

centone

Una prece per il contante.

-quack

P.S. lasciamo stare poi il fatto che se c’è un posto al mondo in cui la percentuale di centoni falsi è il minimo valore assoluto in funzione della posizione geografica è proprio…. Bellevue! Il nonno diceva una volta: se perdete un portafogli vuoto a Bellevue e c’è un documento di identità con l’indirizzo, chi lo trova ve lo restituisce con un po’ di cash pur di non supportare il sospetto che il portafoglio l’abbia svuotato lo stesso trovatore.

Pubblicato lunedì 2 settembre 2013 alle 8:34 PM - 3 commenti so far
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Cento prigionieri, cento scatole, cinquanta tentativi

Sono appassionato di calcolo delle probabilità e questo quizzillo trovato in giro per la rete mi ha messo un paio di volte fuori strada:

Ci sono cento prigionieri e cento scatole contenenti ciascuna il nome di un prigioniero ma mescolate ed irriconoscibili. Ogni prigioniero può aprire fino a cinquanta scatole. Se tutti i prigionieri riescono a trovare il proprio nome, sono salvi. Altrimenti perdono tutti.

I prigionieri possono scegliere una strategia prima di cominciare il test ma non possono in nessun modo comunicare tra loro una volta cominciato. Ogni prigioniero si trova davanti alla stessa situazione: cento scatole chiuse, nessun ordine apparente.

Se ciascuno scegliesse 50 scatole a caso, le probabilità di vincita sarebbero (.5)^100, ovvero estremamente basse.

C’è invece una strategia possibile che garantisce il successo in circa il 30% dei casi. Qual’è questa strategia? Quali sono in questo caso le chance di successo “individuale” di ciascun prigioniero?

Have fun!

-quack

Pubblicato martedì 30 luglio 2013 alle 7:53 PM - 4 commenti so far
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Bit-rot

Bit rot, o meglio Software rot, è secondo wikipedia un lento e aggiungo inesorabile deterioramento delle performance di un sistema software con l’avanzare del tempo. Compri un PC che emette fuoco e fiamme e dopo qualche mese è più lento di una tartaruga.

Il sofware rot è appunto inesorabile.

Il software rot affligge tutti i sistemi (già me li sento i “fortunati” possessori di Mac o altre piattaforme alternative di moda auto proclamarsi immuni: sorry non è così).

E così un mio PC windows, quando fa shutdown, mi fa comparire sempre la schermata in cui si dice che alcuni processi non vogliono saperne di morire.

Un altro PC va in BSOD hardware ogni due giorni.

Il mediacenter, a cui ho disabilitato persino gli update visto com’è protetto all’interno della rete casalinga e all’uso di cui se ne fa, ogni tanto esibisce problemi strani con Netflix (qui sto barando, in quanto Netflix è un prodotto che gira più sui server che sui client; ma non sto barando neanche tanto in quanto anche i server sono software e quindi affetti da bit rot).

Il bit rot è figlio del peccato originale del software: tutto il software viene rilasciato in maniera consapevolmente bacata. La madre del bit rot è l’impossibilità di testare gli aggiornamenti successivi come si può fare con i cosidetti golden bits, fotografia di un istante lungo quanto la durata di una build.

Nel momento in cui si aggiunge qualcosa a quei dannati bits si perde la speranza di avere un’idea per se già estremamente vaga della stabilità del sistema.

Certo è che oggi giorno, tra una sandbox quà e una nuova feature là (Windows PC Refresh), la vita è da un lato un po’ più semplice. Ma il tutto è costantemente vanificato dalla dipendenza tra bit rot e complessità, da sempre in crescita in maniera esponenziale: ai tempi di MS-DOS c’erano al più un paio di thread (imbrogliando di molto), oggi l’unica app di sistema mono-thread è il notepad.

Triste la vita fino alla prossima RTM.

-quack

Pubblicato venerdì 14 giugno 2013 alle 8:22 PM - 17 commenti so far
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IR Blasting

C’era una volta il TiVò versione 1.0, ma per capire meglio la questione devo spiegare come funziona, in grossa parte del territorio ammerigano, la TV via cavo.

IR Blast

In origine era tutta analogica e praticamente in chiaro. Poi sono arrivati i canali “plus” criptati alla meno peggio (il video era un’immagine in negativo) e ci si comprava un affarino da pochi dollari che faceva la decriptazione.

Poi sono arrivati i canali digitali, quello che in Italia si chiama digitale terrestre. L’unica differenza è che il segnale viene distribuito via cavo anziché via etere, ma pressapoco il resto è uguale. Per guardare la TV c’era bisogno della box (il sintonizzatore) che aveva l’output analogico e non criptato. La TV è diventata praticamente un monitor di bassa qualità “sintonizzata” (e in realtà senza dover sintonizzare più niente) sull’ingresso ausiliario, quello per intenderci usato da VCR e console.

Per cambiare canale bisognava usare il telecomando del sintonizzatore ed ogni provider aveva il suo. Al tempo stesso i canali venivano distribuiti molto spesso in entrambe le versioni: analogiche e digitali.

Il TiVò era un videoregistratore avanzatissimo, capace di sintonizzare i canali analogici come i VCR tradizionali. Ma supportava anche i canali digitali, attraverso la tecnica dell’emulazione del telecomando: quando doveva cambiare canale, tramite un diodo emitter all’IR, simulava la sequenza di impulsi proveniente dal telecomando. Una tecnica abbastanza smart ma con le seguenti limitazioni:

  1. era necessario costruire un database contenente tutte le possibili configurazioni delle sequenze IR usate dai sintonizzatori digitali
  2. bisognava lasciare all’utente la responsabilità che scegliesse l’emulazione corretta affinché il cambio dei canali avvenisse in maniera corretta
  3. last but not least, si era in balia di un meccanismo intrinsecamente senza feedback. Una volta inviato il comando, non c’era nessun modo affidabile per capire se il comando fosse stato ricevuto con successo

Delle tre, l’ultima è una limitazione insormontabile. Sulla rete giravano informazioni su come aumentare l’affidabilità, ma c’era anche l’eco delle urla di chi si ritrovava abbastanza spesso con la registrazione del canale sbagliato. Magari uno spezzone di predicatore americano al posto di CSI:Miami, non proprio uno scambio decente.

I produttori di sintonizzatori, Motorola in primis, decisero di introdurre una porta firewire che fosse bidirezionale. Quando andava male ed il canale era criptato, poteva essere usata almeno per comandare il cambio di canale. Quando andava bene vi ci usciva segnale televisivo in alta qualità digitale.

Nel mondo mediacenter MS cominciarono a fiorire plugin che permettessero l’uso di questo espediente e la vita torno a sorridere. Ma non bastava.

Su pressione di chi come MS pensava si potesse offrire un servizio migliore, cominciarono a spingere i provider ad adottare uno standard “aperto” che permettesse, fatto salve certe condizioni a contorno (HDCP), di usufruire in maniera “nativa” del segnale TV limitando il compito dei provider a quello di fornitori di bit anziché spacciatori di HW di bassissima qualità (uno scatolotto Motorola con il semplice compito di sintonizzare/decriptare occupava un volume molto più grande dei più grandi lettori DVD dell’epoca). Nacque CableCard, ovvero il modello GSM/SIM ma in versione più “paranoica”. Questo accadde più di un lustro fa.

Poi ci sarebbe la questione digitale satellitare, ma più o meno ricalca in maniera parallela quanto detto sopra, semplicemente anticipandone i tempi.

21 Maggio 2013: viene presentata la nuova XBOX. Qualcuno, come me, si aspetteva seriamente la possibilità di un accessorio CableCard; non dico integrato nel sistema in quanto non è uno standard “universale”, ma almeno con lo status di accessorio. Ovvero un sintonizzatore (DT, satellitare o checchessia) che “parli” con la console e svolga i due compiti di cui sopra, sintonizzare e decriptare; magari con uno standard semi-aperto in modo che chiunque, pagando licenza, potesse sviluppare il proprio per il paese di destinazione. Invece no, hanno reinvetato il passthrough (seppur HDMI) e l’IR blasting! Eppure la console avrebbe, con i suoi diversi modi di consumo, tutte le carte in regola per soppiantare l’obsolescente Mediacenter.

Ma come ci si fa a fidare ancora di questi signori?

-quack

Pubblicato giovedì 23 maggio 2013 alle 6:50 PM - 11 commenti so far
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Stupid decisions

In passato ho sempre pensato che non esistessero decisioni sbagliate, ma che in fondo ciascuno di noi decida basandosi su informazioni incomplete che col senno di poi fanno sembrare tali decisioni stupide.

Da un po’ di giorni invece comincio a ricredermi. C’è qualcuno che, nonostante sia chiaro e limpido come il sole, preferisce prendere decisioni stupide salvo tornare sui propri passi. Ad esempio rientra in tale sfortunata casistica la scelta di spezzare il search di Windows 8 in tre categorie chiedendo all’utente di fare un ulteriore sforzo mnemonico: scelta qualificabile come stupida senza se e senza ma.

Oggi poi mi soffermavo su questo paragrafo riguardo Firefox:

The company was ideologically opposed to this, due to H.264's patents and royalties, but came to realize that it was a practical necessity, especially for Firefox OS. H.264 video is abundant, and is unambiguously "the winner" of all the current major video codecs. Consequentially, H.264 is widely supported in hardware, enabling battery-efficient hardware-accelerated playback of H.264 video. For Firefox OS to be viable, it had to support this codec and this hardware.

La parte evidenziata era già evidententissimamente vera nel momento in cui Mozilla ha deciso di non supportare H.264. Ma a questo punto che si aspettavano dopo che anche Chrome aveva deciso di supportare tale formato?

Che senso ha l’idealismo fatto sui mezzi di produzione? Neanche Marx si era spinto a tanto. E poi: ma avranno costoro imparato qualcosa?

-quack

Pubblicato martedì 7 maggio 2013 alle 9:01 PM - 0 commenti so far
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