Un libro anzi due, un case ed un CPU-cooler ad acqua.
Super Freakonomics
Questo libro l’ha consigliato persino Bill Gates via Twitter ed è il seguito di Freakonomics.
I due libri applicano la teoria economica agli eventi comuni; in questo nuovo volume sono raccontate un bel po’ di ricerche interessanti, tra cui: cosa succede se le scimmie imparano l’uso della moneta e perché in Cina i dottori si pagano quando si sta bene.
Morale della storia: scegliere i giusti incentivi è fondamentale, il libro è consigliatissimo, garantisce Bill.
Per quanto riguarda la ferraglia sono rimasto eccezionalmente sorpreso da due acquisti recenti. Il case è made in Corea, un GMC R-4 Bulldozer. Aldilà dell’apparenza giocosa e dei finti martinetti idraulici (in realtà elastici) che tengono lo sportello del drive ottico chiuso contro la forza di gravità, questo case è ge-nia-le. Per un bel po’ di motivi: a vederlo e dal nome sembrerebbe un’enormità. In realtà è più stretto e meno profondo di un CoolerMaster Elite 360 ed entra perfettamente nell’angolo cottura senza dover essere inclinato rispetto alla parete; è dotato di due termometri digitali pare abbastanza accurati; è abbastanza capiente da poter ospitare il raffreddamento ad acqua; è dotato di tre ventole da 12cm che garantiscono un flusso d’aria adeguato al raffreddamento passivo di alcuni componenti. La genialità sta nel fatto di utilizzare una soluzione inusuale per l’ospitalità del drive ottico e degli HD da 3.5”. A parole non si può descrivere, ma su youtube ci sono un paio di video che mostrano il giocattolo in funzione. Unica pecca l’assenza di uno slot da 3.5” esterno, non tanto per i floppy ormai estinti, quanto per la possibilità di integrare un lettore multimediale tutto-fare.
Infine per il raffreddamento a liquido ho comprato una soluzione Corsair H50: mi son convinto guardando il video dell’installazione sul sito del produttore ed una buona serie di review estremamente positive. La mia workstation è diventata praticamente silente. Questo tipo di dissipatore è un royal pain in the arse da installare a posteriori visto che in molti casi è necessario sganciare la scheda madre completamente. Però nel mio caso ho potuto evitare: l’inghippo più grosso è stato quello di cercare una soluzione su come ancorare il gruppo radiatore/ventola al case considerando il fatto che il case di cui sopra ha uno spessore in plastica che separa la ventola dalla parte
metallica esterna. Ci ho dovuto pensare parecchio ed alla fine me la sono cavata con un’ottima soluzione invertendo la posizione del radiatore e della ventola; però il tutto mi ha portato via quattro ore passate anche piuttosto in fretta (mi diverto con poco) ma se dovessi rifare da capo ci metterei poco più di 30 minuti e senza danneggiare il danneggiabile.
Tutti e tre gli articoli godono pertanto del mio sigillo di approvazione.
-quack
Antefatto: ho deciso di fare l’upgrade a Windows 7 del mediacenter allettato dalla possibilità di installare un sintonizzatore CableCard e guardare anche qualche canale criptato. Avevo preso in considerazione anche di sostituire l’architettura attuale con un Atom per il surriscaldamento estivo e conseguente rumore di ventolame, ma poi ho pensato che i canali criptati hanno bisogno di una CPU robusta per poter essere fruibili normalmente. Ho deciso di visitare Fry’s per approfittare di due offerte “1 day only”: un sistema di raffreddamento liquido Corsair dal prezzo contenuto (56$) e con ottime review e un HD SSD da 32GB grande abbastanza per Windows 7 senza fronzoli ad un prezzo altrettanto decente (50$ dopo rebate), interessante non tanto per le prestazioni ma per il minor apporto di energia cinetica/termica/sonora nel sistema.
L’HD è risultato probabilmente difettoso, in quanto è scomparso completamente dal radar nel mezzo dell’installazione dell’OS; il sistema di raffreddamento invece era abbastanza ingombrante per il case living room friendly della terza versione del mediacenter. È dovuto scattare il cosiddetto pellegrinaggio di ritorno per la restituzione del radiatorone e la sostituzione dell’HD. Ho approfittato per cercare una chiavetta da 4GB da rendere bootabile e verificare alcune teorie sulla lentezza di installazione di Windows su certi sistemi, ma quel giorno era in offerta irrifiutabile venticinquedollaripiùtasse una chiavetta da 16GB. Ho pensato: qualcuno si sarà già posto il problema di creare una chiavetta multiboot (x86, AMD64, se rver, client, ecc.) e che sarebbe tornata molto comoda al posto delle solite 3-4 chiavette per tutti gli OS. Per il raffreddamento ho trovato una soluzione molto più pratica e decisamente meno costosa.
Tornando in topic: è stato un bagno di sangue ma alla fine ce l’ho fatta. In sintesi: bisogna creare più di una partizione usando uno di quei tool che flippa il “removable bit” e ingegnarsi con qualche bootloader abbastanza avanzato da starci nel Master Boot Record ed essere al tempo stesso in grado di giocare al gioco delle tre carte con le partizioni create.
In dettaglio, anche per mia futura memoria, i passi seguiti.
Ingredienti:
Passi, da seguire in ordine religioso:
- Installare GRUB sull’MBR della chiavetta usando il GUI installer; la procedura è indicata in dettaglio nella sezione uno di questa guida (in inglese).
- Flippare il media bit usando il tool della Lexar (funziona anche su chiavette di marca diversa); rimuovere e reinserire la chiavetta
- Creare due o più partizioni a seconda del numero di OS da rendere installabili; nel mio caso 3 (WHS, Win7 x86/64) più una per i dati. La prima partizione va formattata come FAT o FAT32 mentre per le altre si può scegliere anche NTFS
- copiare il contenuto dei dischi di installazione su ogni partizione
- creare un file di testo con il “nome” della partizione in ogni partizione (es.: WHS.txt; Win7x86.txt; ecc.)
- copiare il file grldr nel root folder della prima partizione
- creare un file di testo con il nome di menu.lst nel root folder della prima partizione e editarlo usando questo template:
title Windows Home Server
find --set-root /win7x86.txt
hide()
[…]
find --set-root /WHS.txt
unhide ()
chainloader /bootmgr
title Windows 7 x86
find --set-root /WHS.txt
hide ()
[…]
find --set-root /win7x86.txt
unhide ()
chainloader /bootmgr
In pratica: ogni voce di menu si occupa di nascondere tutte le partizioni non interessanti usando i tag file nel punto 5. e di rendere disponibile solo quella da cui fare il boot, che viene settato con il comando chainloader.
L’installazione è stata avviata con successo per tutti i tre OS sul mio laptop e perciò, come sempre in questi casi è garantita:
-quack
Apple gets the opposite of what they intended: the version of an app currently available in the App Store tends to be an old and buggy one. One developer told me:
As a result of their process, the App Store is full of half-baked applications. I make a new version almost every day that I release to beta users. The version on the App Store feels old and crappy. I'm sure that a lot of developers feel this way: One emotion is "I'm not really proud about what's in the App Store", and it's combined with the emotion "Really, it's Apple's fault."
Another wrote:
I believe that they think their approval process helps users by ensuring quality. In reality, bugs like ours get through all the time and then it can take 4-8 weeks to get that bug fix approved, leaving users to think that iPhone apps sometimes just don't work. Worse for Apple, these apps work just fine on other platforms that have immediate approval processes.
[…]
I just bought a new 27" iMac a couple days ago. It's fabulous. The screen's too shiny, and the disk is surprisingly loud, but it's so beautiful that you can't make yourself care.
So I bought it, but I bought it, for the first time, with misgivings. I felt the way I'd feel buying something made in a country with a bad human rights record. That was new. In the past when I bought things from Apple it was an unalloyed pleasure. […] They make such great stuff, but they're such assholes. Do I really want to support this company?
(fonte, lo stesso Paul Graham che predicava l’avvento dei Mac)
Se avessi Paul di fronte chiederei che cos’hanno di favoloso questi monitor da tenere i clienti in posizione supina.
Alcuni developer rispettabili hanno cominciato a snobbare l’Apple Store.
Schiller non la pensa ovviamente così: gli utenti sono a quanto pare contenti di usare applicazioni più bacate della media.
Intanto posso definitivamente escludere l’X10 dalla lista dei telefoni interessanti; una rete intasata come quella di AT&T è davvero poco interessante.
A questo punto rimane solo l’Acer Liquid MIA e qualche speranza nell’arrivo del Google Phone.
-quack
La storia delle prime due iterazioni è raccolta in questo post.
La prima iterazione aveva il difetto di essere troppo rumorosa.
La seconda è poco “espandibile” per mia personale definizione.
Se tre è il numero perfetto, la terza iterazione sarà per sempre, come dovrebbe essere per un dispositivo di backup espandibile.
In breve: quello che doveva essere un progetto da “weekend” a.m. si è trasformato in un vero e proprio progetto “stagionale”. Usare una Compact Flash da 128GB è praticamente proibitivo. Ho pensato a tentare di spostare la partizione di sistema, ma impelagarmi in una manovra pericolosa coi dati del mio server non è tra le mie attività preferite. Un’altra alternativa considerata è stato un drive da 1.8” da 120GB, ma alla fine mi è sembrato anti-economico e troppo vincolato al fatto che il drive deve avere necessariamente un’interfaccia IDE.
Ho deciso per una nuova motherboard basata su ION (e quindi con 3 porte SATA) ed un case un po’ più grande in grado di accomodare i 3 drive. Per il terzo hard disk ho pensato di usare uno dei tanti SATA 2.5” da laptop avanzati durante qualche upgrade festival. Così facendo il sistema sarà installato sul “mini-drive” da 160GB e gli altri due dischi destinati a contenere esclusivamente dati. Nel momento in cui uno dei due drive si rompe o va in saturazione spaziale, l’upgrade sarà
estremamente indolore in perfetto stile plug&pray. Insomma, failure spettacolari a parte, questa iterazione sembra avere i requisiti di una RC.
E a proposito di sistemi di backup: ma 17 mesi e 4 giorni non sarebbero un po’ troppo pochi per un sistema pubblicizzato come “server grade”?
Ad posterioram ardua sententiam
-quack
Hackintosh my way, ultimo atto.
Nonostante abbia abbandonato per sempre la dongle tedesca, il pallino di avere un dispositivo di boot interno, che non occupi le porte USB d’uso comune, mi è sempre sembrata l’opzione da seguire per tirare su un hackintosh da zero. Mi ero dapprima procurato una di quelle chiavette USB interne, ma ho ripiegato per una soluzione decisamente migliore e molto meno costosa:
- cavetto USB da motherboard, uno di questi per intenderci. Costo da Fry’s 2.49$
- lettore micro-SD ultra-minuscolo, costo 2.99$
- memoria micro-SD da 2GB, costo approssimativo di circa 5$
- disco di installazione di Snow Leopard (29$ per ugrade, 169$ per full)
- chiavetta USB da 8GB, approssimativamente circa 15$
La costosissima dongle (circa 10$ centesimo più/meno) una volta preparata è veramente minuscola, più piccola di una vecchia moneta da cinquecento lire:
C’è da aggiungere ovviamente il costo del PC contabilizzabile come nullo se in generale una scheda madre vale l’altra e per la scheda grafica non
si è a caccia di ogni singolo frame. La guida che ho seguito è quella mitica di lifehacker che però soffre di una grossa limitazione: richiede l’accesso ad un mac per preparare la chiavetta da 8GB bootabile. La limitazione è però facilmente aggirabile usando uno dei tanti CD di boot per Snow Leopard o altri metodi meno ortodossi.
Per non sprecare il preziosissimo spazio inutilizzato sulla memory card ho creato due partizioni: una di boot con degli abbondantissimi 64MB ed una FAT utile per il passaggio di file tra i due sistemi. A causa di quello che credo sia un baco del drive manager di Windows è però importante che la partizione FAT sia allocata prima di quella destinata al boot in formato HFS come da immagine a lato.
Sul lato Windows c’è solo da installare il servizio Apple che fa parte di boot-camp e che permette di sincronizzare l’orologio di sistema ogni volta che il PC si avvia: non c’era nessuno motivo pratico per scegliere il formato universale ma Apple è abbastanza snob da non lasciar passare certe stupide convenzioni.
-quack
Avevo promesso che sarei tornato sull’argomento hackintosh per raccontare qualche novità interessante che ho scoperto nel mettere su il sistema che funziona in dual boot in maniera magnifica: lo scopo non è mai stato quello di violare la licenza, ma di cercare di capire a fondo le differenze minime tra un Mac ed un PC. Sono ancora in fase di comprensione, quindi qualche affermazione potrebbe risultare grossolanamente inaccurata. Ovviamente il post è infarcito di considerazioni personali a cominciare dall’interpretazione delle motivazioni dietro alcune scelte di Apple.
Tutto è cominciato ovviamente quando Apple ha deciso di abbandonare l’architettura PPC e passare ad Intel: non a x86 ma all’implementazione x86 di Intel. Il primo problema che Apple ha dovuto risolvere è il boot, visto che i Mac si sono sempre differenziati dai cugini IBM&Co. fin dalla schermata di boot, decisamente semplificata. Il secondo problema è stato quello di proteggere l’IP, la proprietà intellettuale e fare in modo che fosse molto difficile far girare OSX su un comune PC. Il tutto è stato poi vincolato dal fatto che su tali Mac ci doveva comunque poter girare anche Windows: sono convinto che Apple non faccia niente “per caso” ed il supporto a Windows XP è stato ingegnerizzato nel sistema sin dal primo giorno di progettazione (ovviamente sempre secondo me). La parte più semplice del lavoro è stato il porting di tutto il codice visto che ormai tutti i SO sono disegnati per essere portati su diverse architetture. Per tutti questi motivi Apple ha scelto di supportare il boot tramite EFI che altro non è che un BIOS molto evoluto, cosa che secondo me è un ossimoro. Infatti il compito del BIOS è di controllare l’integrità del sistema il più velocemente possibile, interrogare e configurare tutte le periferiche installate e passare il controllo in men che non si può al boot loader vero e proprio. Quest’ultimo è il primo pezzo di software vero che a differenza del firmware viene letto dal supporto di massa.
Il boot-loader ovviamente si incaricherà di controllare l’integrità del sistema da un punto di vista più comprensivo (leggasi: controllare che effettivamente sia un Mac), settare una serie di parametri e passare il controllo al sistema vero e proprio caricando ed eseguendo il kernel. Il boot-loader perciò è la prima misura di difesa che Apple ha a disposizione per evitare che il sistema operativo giri sui cloni. Il secondo espediente usato è ancora più convoluto: ogni periferica hardware PnP ha un suo identificativo particolare pre-stampato nella ROM della periferica come da specifiche PnP. A questo punto basta sostituire l’identificativo associato con uno personalizzato e quella periferica, nonostante sia dal punto di vista elettrico identica ad un’altra, non verrà più riconosciuta come tale e avrà bisogno di driver specializzati. Per fare un esempio se la scheda grafica NVidia GT 9800 viene normalmente riconosciuta come XYZ1, nel caso dell’equivalente Apple la firma viene cambiata in XYZ2. Apple poi ha associato i propri driver al nuovo ID e quindi se teoricamente si sostituisse la scheda grafica con l’equivalente per PC non verrebbe riconosciuta. A conferma quanto appena detto si può fare un esperimento: installare Windows su un Mac via boot-camp e cercare di configurare le periferiche di sistema senza usare i driver scritti ad-hoc da Apple e disponibili sul “lato Windows” del disco di installazione.
Ora tutta questa serie di protezioni funziona solo se si ha la certezza che il software parlerà sempre direttamente con l’hardware: qualora questa assunzione viene a cadere, lo schema di protezione può essere aggirato. Apple ha persino provato a fare in modo che questo fosse impossibile da ottenere introducendo in alcuni modelli un dispositivo TPM: mossa rivelatasi inutile quando a Cupertino hanno capito che il TPM serve a proteggere l’integrità di un sistema dal punto di vista dell’utente finale. E se l’utente finale è il farabutto della questione, come nel caso degli hackintosh, non c’è nulla da fare.
Per aggirare perciò tutte le protezioni imposte basta appunto scrivere un boot-loader che sostituisca quello di sistema. La cosa è estremamente semplificata dal fatto che il boot-loader, per natura sua stessa, è un componente estremamente piccolo. Gli hackintosh-boot-loader moderni fanno (quasi) tutti la stessa cosa seppur con funzionalità diverse tra loro.
La dongle hardware (niente nomi!!) ad esempio, a differenza di altre soluzioni più “soft”, è in grado di riconoscere anche il DVD originale e di fare il boot di quest’ultimo. La cosa buffa della dongle è che è stata ingegnerizzata per non essere copiata perché sotto tutti i punti di vista si comporta semplicemente come una chiavetta USB. Tale ingegnerizzazione ha fatto in modo che la casa produttrice fosse in grado di farsi pagare un sacco di soldi per un accrocchio da 15$ di hardware, riuscendo a battere Apple sullo stesso terreno (overpricing). Nel frattempo anche le soluzioni fatte in casa si sono evolute fino al punto che c’è un boot-loader in grado di fare tutto quello che fa la dongle e di più, supportando ad esempio il patching del DSDT al volo richiesto per il supporto di Snow Leopard (non saprei se è una nuova misura di protezione o semplicemente una modifica necessaria per alcune nuove funzionalità introdotte): purtroppo tale boot-loader avanzato e made in China rilasciato senza nessuna garanzia, leggasi: codice sorgente; qualcuno specula che possa essere un trojan viste le origini ed il discreto supporto finanziario dietro il progetto.
Come si tira su il miglior hackintosh possibile? Prima bisognerebbe definire cosa può essere considerato “miglior hackintosh”: tutti tendono a concordare con il fatto che il MH è quello che non richiede driver di terze parti per funzionare completamente. Per far ciò c’è bisogno di una scheda madre apposita che abbia gli stessi chipset di quelli di un Mac (e qui entra in gioco la Gigabyte GA-EP45-UD3P) e stessa cosa dicasi per la scheda video. Dopodiché basta installare il boot-loader ad hoc, ed il gioco è fatto. Di guide passo passo su come fare ce ne sono a bizzeffe: io sono stato invogliato da un post su lifehacker fatto molto bene che però richiede l’accesso ad un Mac; volendo è possibile fare il tutto via Windows o Linux, però il perché o meglio ancora il per come esula completamente dallo scopo di questo post che è di raccontare a parole mie quanto appreso durante il processo.
-quack
Storie di return policy.
Antefatto: nel tentativo di capire meglio il mondo hackintosh ho finito per procurarmi una motherboard estremamente più compatibile, la GA-EP45-UD3P trovata su newegg in offerta “open box”. Sono stato invogliato dal fatto che, avendo a disposizione un sacco di ferraglia in deposito, avrei potuto mettere su un intero PC ex novo, piazzarlo sul mercato dell’usato e praticamente finanziarmi il sidegrade. Mancava solo un processore che intendevo comprare localmente da Fry’s magari pescandolo tra le tante offerte in bundle. Ho però ripiegato su un Q8400 (il vecchio era un Q6600) ad un prezzo più o meno in linea con i tanti megastore online. Era giovedì sera e in pochi minuti ho sviscerato il vecchio PC e ri-assemblato il nuovo da zero. Ho fatto il boot in modalità Mac Hack e tutto sembrava in ordine; ho fatto il primo riavvio e ho notato che la quantità di RAM fosse inferiore a quella installata. Ho spento tutto, staccato tutte le spine e verificato che i banchi fossero propriamente inseriti e riacceso: silenzio. Le ventole partivano ma dopo un secondo si spegnevano: tre secondi di pausa e di nuovo ventole on-off-pausa-on-off-pausa. Ho verificato che tutto il resto fosse a posto ma nel frattempo si era fatta notte fonda e stanco sono andato a nanna non senza aver cercato su qualche forum una risposta: quella più qualificata sembrava indicare un corto circuito sulla scheda madre causato dalle viti di supporto.
Il venerdì mattina l’ho speso a fare diverse ipotesi, prove e contro prove senza successo apparente. Avevo cominciato a pensare si trattasse di un problema di scheda madre in quanto la motherboard aveva origini non DOC e con immenso piacere ho scoperto che Fry’s aveva in stock lo stesso modello. Piccolo pellegrinaggio e son tornato a casa con un nuovo esemplare di circuito stampato dall’inebriante profumo di nuovo e con un alimentatore semi-modulare che visto che dovevo rismontare tutto valeva la pena metterne uno con qualche cavo in meno. Processore, scheda madre, alimentazione e amara sorpresa: anche la nuova combinazione dava lo stesso problema; ancora prove e contro-prove per arrivare ad un assurdo: la possibilità che fosse il processore ad essere la chiave del mistero. Con estrema titubanza ci ho piazzato il vecchio Q6600 e tutto ha funzionato senza colpo ferire: il nuovo Q8400 sulla vecchia scheda madre portava agli stessi sintomi on-off-pausa. Per la seconda volta in vita mia un processore aveva steso le cuoia davanti ai miei occhi; addirittura era la prima volta se si prende in considerazione il fatto che il processore fosse nuovo. Ciliegina sulla torna il nuovo alimentatore, nel micro case compatto da ufficio a scomparsa, proprio non ci entrava.
È scattata quindi l’ora di fare il terzo viaggio, quello che nel gergo italo-microsoft-geek può essere definito “pellegrinaggio di ritorno”, dall’inglese to return = restituire. Ho restituito la scheda madre (unwanted), l’alimentatore (unwanted) e il processore (defective) e sono tornato a casa con un ulteriore upgrade, un Q9400 con 2MB di L2 in più rispetto al Q8400 (ma anche 2MB in meno rispetto al vetusto Q6600). Costo dell’operazione: zero. Sui prodotti comprati da Fry’s vige una return policy estremamente liberale di 30 giorni inclusi prodotti ad alto rischio come memorie, hard disk, motherboard e processori seppur con la limitazione a “solo” 15 giorni dall’acquisto. Per fare un paragone restituire la motherboard a newegg mi sarebbe costato circa 50$ tra restocking fee, spese di spedizione di ritorno e non rifondabilità di quelle di andata. Se avessi saputo che lo stesso modello di scheda madre era disponibile anche da Fry’s non mi sarei neanche messo in moto per comprarla online, anche se fosse stata una scelta apparentemente anti-economica: una return policy come quella di Fry’s, per rubare uno slogan, è decisamente priceless.
In seguito pubblicherò tutto quanto ho scoperto riguardo la questione hackintosh: ci sono succosissime novità che rendono la soluzione fatto-in-casa alla portata anche dei meno addetti ai lavori.
-quack
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